Mai più dalla tua parte. Proteggere me stessa (Vol.1) - cap 1
1. L’inizio della fine
«Permesso!
Scusi!».
La
mia voce era un sussurro tra i rumori della città in fermento.
Ero
una nuvola di taffetà bianca. Una meringa che tentava di aprirsi un varco tra
la folla che, senza una precisa identità, sembrava un fiume in piena pronto a
riversarsi nella metro all’ora di punta.
Soffocavo.
E per colpa di cosa? Degli spintoni? Della calca? Del corpetto di pizzo che mi
stringeva come una prigione? O di quel nuovo dolore al petto così opprimente?
Le
scarpe – prima bianche e adesso macchiate da ombre grigie e nere, come i miei pensieri
– picchiettavano sul selciato come chiodi.
Facevano
un male tremendo: spilli che si conficcavano nella pelle, nel cuore,
nell’anima.
Nella
mia corsa forsennata, i passanti mi osservavano sconcertati.
Cosa
ci facevo per strada conciata così?
Non
era il mio posto quello.
Ma
quanti di loro si sarebbero tenuti in tasca i soldi per una fuga? Sì, stavo
scappando. Ma invano.
La
sofferenza era sempre più veloce di me. Mi perseguitava senza tregua. Spietata.
Feroce.
Nella
mia testa solo un pensiero, anzi una meta: casa.
Ero
quasi arrivata.
Il
paesaggio intorno a me era cambiato come quando ti affacci dal finestrino del
treno tra una lettura e l’altra.
Mi
ero lasciata alle spalle da un pezzo i grattacieli scintillanti del centro, la
cui cima ti metteva le ali ma la base ti faceva sentire un reietto.
Lo
sapevo bene, perché era in uno di quelli che lavoravo.
Nel
frattempo, le vie si erano fatte più caotiche anche se meno affollate.
Riconobbi
le bancarelle di frutta e verdura, le vetrine popolate da manichini avvolti in
stoffe variopinte, l’odore acre della pescheria di Gigi, la fragranza del pane
croccante di Marzia.
Suoni
e odori che significavano una cosa sola: un centinaio di metri e avrei
raggiunto il mio rifugio. L’unico luogo in cui trovare protezione. Un bilocale
modesto ma autentico in una periferia che mi aveva accolta senza domande e
senza giudizi.
Nel
mio appartamento, sarei stata al sicuro.
Ero
stata fregata dalla vita. Un’altra volta. Nonostante le mie precauzioni.
Come
avrei potuto accorgermene per tempo? Perfino quella mattina era iniziata alla
grande.
Avevo
trascorso gli ultimi sei mesi in apnea, in allerta, ma in quel giorno di
primavera, mi sembrò di poter respirare di nuovo, di poter finalmente fidarmi
dell’amore.
L’avevo
sempre tenuto a distanza. Lo temevo. Ma alla fine cedetti, tanto che quella
mattina pensai davvero che avrei vissuto il giorno più bello della mia vita.
Questo
pensiero si legò al successivo, finché
nelle mie orecchie non risuonò di nuovo la voce squillante di Violet, la mia
migliore amica, che poche ore prima, nella sacrestia della chiesa, mi domandava
risoluta: «Hope, sei sicura di sentirti bene? Vuoi che rimanga qui con te?
Perché non me ne frega niente di quello che dice questo pinguino incravattato.
Rimango e ti accompagno fino all’altare!».
Ero
tesa come una corda di violino. E lei non mi avrebbe mai lasciata sola in
quelle condizioni.
L’assistente
già da dieci minuti la implorava di accomodarsi al posto di damigella, per
darmi modo di fare il mio ingresso in pompa magna, ma Violet non voleva saperne
di ascoltarlo.
«Stai
tranquilla! Posso farcela! Avrò solo gli occhi addosso di cinquecento invitati
venuti ad assistere al matrimonio dello scapolo più ambito dell’alta finanza…».
Ecco, fare dell’ironia su quell’argomento non era stata un’idea brillante.
La voce mi si strozzò in gola, l’angoscia
prese il sopravvento e la mia determinazione andò in frantumi.
«Oh
no! No, non ce la posso fare!» Mi voltai e mi diressi tremante verso la porta
che dava all’esterno.
Violet
mi afferrò per un braccio e mi costrinse a fermarmi.
Mi
prese il volto tra le mani e con la sua voce carica di energia mi ordinò:
«Hope, guardami!»
Il
suo sguardo penetrante agganciò il mio: «Stammi bene a sentire! Tu sei Hope
Smith! La ragazza più tosta che conosca. Hai senso dell’umorismo, intelligenza
da vendere, occhi del colore dell’oceano, capelli di morbida seta dorata e un
fisico che molti ucciderebbero per averlo, anche se adesso è seppellito sotto una
montagna di taffetà», aggiunse per sdrammatizzare, ma a me non venne da ridere.
Il
mio corpo mi aveva sempre creato problemi. La bellezza che per molti
rappresentava un privilegio per me era stata una maledizione.
Violet
si accorse di non aver raggiunto il suo obiettivo e, senza farsi scoraggiare,
con calore continuò: «Ehi! Dolcezza! Non saranno un paio di mummie in ghingheri
a fermarti. Questo è niente in confronto a ciò che hai affrontato. Ti ha
travolta un uragano e l’hai mandato all’inferno. Ne sei uscita a testa alta.
Forte. Risoluta» – mi ricordò e poi aggiunse – «Perciò adesso fai un bel
respiro», ubbidii.
«Brava!»
– mi incoraggiò e poi concluse con un vigore nella voce che mi galvanizzò –
«Adesso vai lì dentro, afferra la tua felicità e mettile il guinzaglio!»
Le
sue mani calde trasudavano affetto incondizionato. Riscaldarono il mio volto e
sciolsero il gelo dell’inadeguatezza che mi aveva intrappolato tra le sue spire.
Smisi di tremare.
«Wow!
Mi sento già meglio! Saresti un’ottima motivatrice», commentai sorridendo.
«Ehi
tesoro, lo so! Sono un’estetista. Fa parte del pacchetto! Credi che le persone
vengano da me semplicemente per rifarsi le unghie, la ceretta e qualche
massaggio?» – ammiccò – «No, no!» – disse ondeggiando l’indice della sua mano destra
come un metronomo impazzito – «Vengono per saziarsi della mia saggezza
emotiva!»
Ci
guardammo negli occhi e scoppiammo in una fragorosa risata.
Il
suo atteggiamento buffo e il ricordare la forza che avevo mostrato in passato
mi infusero fiducia.
Ero
di nuovo padrona di me.
Era
giunto il momento di scrivere un nuovo capitolo della mia vita.
Violet
mi accompagnò davanti all’enorme porta a due battenti che mi separava dal mio
futuro, mi diede un bacio delicato sulla guancia e si allontanò.
La
marcia nuziale risuonava all’interno.
Le
mani erano fredde, le gambe tremanti, ma sotto quel vestito non se ne sarebbe
accorto nessuno. Il mio volto, raggiante e fiero, li avrebbe ingannati tutti.
Il
battito impazzito del mio cuore riverberava fino alla gola.
Presto
avrei conquistato la felicità che mi aveva riservato il destino e che fino a
quel momento mi era stata negata.
«Uno…due…tre…un
bel respiro e via!»
Con
risolutezza aprii la porta e procedetti con andatura regale per la navata.
Feci
una decina di passi.
Mi
guardai intorno.
Nell’immensa
chiesa si percepiva solo il fruscio del mio abito bianco e il tamburo che mi
batteva in petto.
La
musica si interruppe.
Non
un sorriso. Non un applauso. Non un suono.
Il
silenzio martellava nelle mie orecchie con prepotenza.
Mi
bastarono pochi passi sul tappeto rosso, spoglio, che si srotolava fino
all’altare per comprendere.
Quel
giorno non sarebbe stato il più bello della mia vita, ma solo l’ennesimo
incubo.


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