Mai più dalla tua parte. Proteggere me stessa (Vol.1) - cap 2
1. A un passo dalla felicità
Al mio ingresso, il suono festoso della
marcia nuziale mi accolse traditore.
Le sue note
suonavano spietate la colonna sonora della mia ultima paura trasformata in
realtà.
Mi bastò
guardare a destra e a sinistra della navata per comprendere cosa stesse
accadendo.
Intorno a me
nessun invitato. Neanche Violet al posto di damigella. Nemmeno lo sposo ad
attendermi all’altare, né il prete pronto a unirmi per sempre nel vincolo del
matrimonio.
Ad accogliermi
c’era solo il ghigno malvagio e soddisfatto di una tra le persone che odiavo di
più al mondo: Brian Colton.
Mi sembrò che
la mia anima fosse stata gettata in un tritacarne.
A un suo cenno
la musica si interruppe e l’infame iniziò a battere le mani, lentamente. Lo
schiocco riecheggiò nel silenzio spettrale di una chiesa muta, pronta ad
accogliere il suo sproloquio, che ipotizzai imminente.
Quell’applauso,
che aveva inferto al mio cuore una ferita che difficilmente si sarebbe
rimarginata, cessò quel tanto che bastava per farmi assaporare ogni dettaglio
della desolazione che mi circondava.
Poi, la sua
voce irritante blaterò: «Congratulazioni, principessa! Evviva la sposa!».
Rideva. Io mi
sentivo morire e lui rideva.
«Dovevi vederti
appena entrata! Eri uno spettacolo. Radiosa. Al culmine della gioia» – il suo
tono divertito affondò la lama della disperazione ancora più in profondità –
«Ma davvero eri convinta che oggi avresti coronato il tuo sogno d’amore?! Mi
hai sinceramente stupito e commosso! Tu, donna di ghiaccio, sempre tutta di un
pezzo, finalmente innamorata! Allora sei umana!?»
Le sue parole
erano taglienti come rasoi.
Di colpo il suo
tono ilare si caricò di profondo sdegno e disprezzo. «Idiota! Hai ceduto per
un’illusione. Hai permesso alla tua presunzione di prendere il sopravvento,
oppure semplicemente la tua ingenuità ti ha annebbiato la vista? Quale che sia
delle due, davvero ti aspettavi che mio fratello ti avrebbe sposata?» - il
disprezzo nel tono della sua voce sarebbe già bastato a rendere il concetto, ma
il piacere sadico nel distruggere la mia autostima voleva essere appagato, quindi
rincarò la dose – «Una nullità come te? Lui, che potrebbe avere ogni donna di
classe ai suoi piedi? Credevi davvero che si sarebbe abbassato a scegliere un
essere insignificante come te?»
Il dolore
diventava sempre più intenso. Presto non sarei più riuscita a nasconderlo sotto
la maschera di indifferenza e freddezza che ero solita indossare per
proteggermi.
Non ebbi la
forza di controbattere. In fondo sapevo che tutto ciò che aveva detto non era
altro che la verità.
Mi voltai e
feci per allontanarmi da quell’umiliazione, ma la sua mano mi afferrò il
braccio.
«Non sei
curiosa di sapere perché si è spinto fino a tanto? Perché ti ha trascinato in
questa farsa?», mi domandò, raggiante per il trionfo.
Una parte di me
– quella forte e temeraria – avrebbe voluto saperlo, ma nello stesso tempo, la
sua antitesi – stanca per il tormento a cui era stata sottoposta– era
terrorizzata da quello che avrebbe potuto rivelare.
Solo su un
punto erano entrambe d’accordo: «Qualunque sia la mia opinione in merito, non
hai intenzione di nascondermelo. Quindi sbrigati. Dì quello che devi e
facciamola finita». Pronunciai quelle parole con calma, non per merito di una
presenza di spirito recuperata chissà dove, piuttosto per quel senso di
rassegnazione e resa alle avversità della vita in cui stavo sprofondando.
Iniziò il suo
racconto e in un attimo tutti i bei momenti trascorsi con quello che sarebbe
dovuto diventare mio marito vennero soppiantati da una consapevolezza nuova e
crudele.
Brian non mi
lasciò più nulla. Mandò in frantumi tutta la pace racchiusa nei ricordi che
avevo accumulato negli ultimi sei mesi.
«Sei
soddisfatto adesso? Ora puoi lasciarmi andare!» – e con uno strattone mi
liberai dalla sua presa – «Il tuo lavoro è concluso».
Senza voltarmi
indietro mi precipitai fuori dalla chiesa. Poi per strada e via. In fuga. Di
nuovo. Anche se da un uomo diverso.
L’asfalto
sfilava sotto i miei piedi. Come su un tappeto rotante, mi affaticavo senza
raggiungere la meta.
Le lacrime
roventi e copiose, come un acido, scioglievano il trucco. Non ero più una sposa
ma un ridicolo clown. Un fenomeno da baraccone.
Così mi ridusse
la verità che quell’incapace e presuntuoso di Brian mi aveva svelato senza
pietà.
Me la
spiattellò in faccia con soddisfazione, come se avesse vissuto solo per quel
momento. Come se mi stesse rivelando qualcosa che non avevo mai sospettato,
quando invece era tra le mie paure peggiori.
Eppure, commisi
lo stesso l’errore di lasciarmi andare stupidamente alle mie insulse fantasie.
Fu solo per un
breve momento – la settimana prima del mio matrimonio – ma bastò. E adesso
quella speranza si sgretolava, portandosi via l’ultimo frammento di fiducia che
mi era rimasto nelle persone.
Dopo una corsa
che mi parve infinita, arrivai davanti al portone del palazzo in cui abitavo.
Chiesi al portiere di aprirmi. Mi precipitai per le scale, perché in ascensore
proprio non entravo.
Fui costretta a
liberarmi di quelle scarpe che rendevano solo più dolorosa e faticosa la
salita.
Trafelata
raggiunsi il terzo piano.
A pochi metri
da me c’era il mio piccolo appartamento in affitto.
Le mani mi
tremavano.
Provai più
volte a digitare il codice, ma le cifre giocavano a nascondino con le mie dita.
Poi, proprio a un soffio dal crollo, la serratura si sbloccò.
Chiusi la porta
dietro di me.
Per la prima
volta, mi sentii di nuovo al sicuro. Protetta nel mio nido. Quelle quattro mura
che speravo non mi avrebbero tradita.
Mi buttai sul
letto e, stringendo il cuscino, ci affondai il volto tumefatto dal pianto.
Ero stremata.
Avevo collezionato un’altra giornata che mi avrebbe cambiata per sempre.
Eppure, quella
mattina era iniziata in un modo completamente diverso.
Da una favola
che si realizzava si era trasformata nel mio peggior incubo dal quale non avrei
potuto svegliarmi. Era la realtà. La realtà della mia triste esistenza.
«Come ti senti?
Sei nervosa?», mi domandò solo poche ore prima, Violet, mentre terminava di
ritoccarmi il trucco e sistemarmi l’acconciatura dei capelli.
«Davvero tanto!
Non riesco a crederci. Sembra tutto così surreale!», le risposi con gli occhi
lucidi per l’emozione.
Violet e io
avevamo condiviso la nostra infanzia come se fossimo sorelle.
Ci diedero in
affidamento alla stessa famiglia che si occupò di noi come se fossimo loro
figlie.
«Ti ricordi il
giorno che ci siamo conosciute, Hope?», mi chiese senza smettere di acconciarmi
i capelli.
Certo che me lo
ricordavo.
Violet era
stata allontanata dai suoi genitori biologici perché – entrambi
tossicodipendenti – non riuscivano a prendersi cura di lei.
«Quando gli
assistenti sociali mi portarono via da casa mia, mi sentii devastata. Avevo
solo cinque anni e quelle erano le uniche persone con cui avevo un legame,
anche se tossico. Gli Spencer non mi hanno mai fatto mancare nulla, ma solo
dopo averti incontrata ho ricominciato a sentirmi parte di una famiglia», mi
confessò con gli occhi arrossati e pieni di lacrime.
«Siamo diventate
più sorelle di tante nate dalla stessa madre. Ho sofferto con te, e adesso
finalmente puoi assaporare e goderti la felicità che meriti!», esclamò con voce
rotta dall’emozione.
«Ehi! Smettila!
Non è questo matrimonio che mi renderà felice! Averti incontrata è stata la
fortuna più grande della mia vita. Siamo diventate una famiglia. Ci siamo
protette e abbiamo raggiunto i nostri obiettivi. Insieme. Unite. Senza farci
scoraggiare dallo schifo che la vita ci ha riversato addosso. Questo mi ha resa
felice!» Mi affrettai a correggerla.
Non volevo che
pensasse che gli anni passati insieme per me non contassero nulla.
Grazie a lei
ero riuscita ad andare avanti. Insieme ci eravamo migliorate.
Anche quella
era una forma di affetto importante e non volevo essere così ingrata da
dimenticarmene.
«Lo so, lo so,
cara la mia sorella di spirito! Ma essere amati e iniziare a vivere insieme
alla persona a cui hai finalmente aperto il tuo cuore è una faccenda
completamente diversa. È un’ emozione di un altro livello. Esserti aperta a un
uomo nonostante le cicatrici lasciate da quel bastardo, ha un altro valore»,
constatò Violet.
E aveva
ragione. Essere riuscita ad impegnarmi in una relazione, per me fu un vero
miracolo.
Lo sapeva lei e
lo sapevo bene anch’io.
Anche Violet
aveva sofferto. Ma a me era toccato l’inferno. Le sue fiamme avevano lasciato
ustioni profonde. Cicatrici indelebili sulle pareti della mia anima.
Mi ero illusa
di poterne venire fuori. Di essere scampata a quel luogo di tormento. Ma la
realtà era che l’inferno non lasciava mai scappare i suoi prigionieri.


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