Mai più dalla tua parte. Proteggere me stessa (Vol.1) - cap 3
1. L’infanzia di Hope
Le parole di Violet mi riportarono alla
mia infanzia.
Non ebbi scampo. Non riuscivo a
dimenticare.
Quel giorno riaffiorava sempre,
tremendo e agghiacciante, appena si presentava un’occasione.
«Mamma! MAMMA!»
Le mie urla strazianti riecheggiarono
per tutto il salotto. Non ero altro che una ragazzina.
La tristezza e la solitudine
albergavano nella mia anima praticamente dal momento in cui nacqui, ma davanti
al corpo senza vita di mamma, a quei sentimenti si aggiunse anche la
disperazione.
Mia madre e mio padre erano stati
fidanzati fin dal liceo. Lui era un promettente atleta e lei il capitano delle
cheerleaders.
Ma loro non erano i protagonisti di un
romance a lieto fine, piuttosto gli artefici della maledizione che avrebbe
trasformato la mia esistenza in una tragica sequenza di cliché a cui non avrei
potuto sottrarmi.
La loro unione era già scritta nel
destino e sui muri di tutti i bagni della loro scuola.
Quello che non c’era scritto, però, era
che a forza di accoppiarsi – spesso senza precauzioni – ci sarebbe scappato
quello per cui la natura aveva predisposto il rapporto sessuale. Ma i miei
genitori non erano tipi da farsi fermare dalle leggi della natura.
Mia madre, che non era mai stata
regolare con il suo periodo mestruale, si accorse troppo tardi della
gravidanza. Un aborto legale non le era più concesso.
Pensò bene di sganciare la bomba su mio
padre al ritorno da una festa, mentre il suo ragazzo la riaccompagnava in auto
a casa.
«Sono incinta Alex», annunciò.
Ci fu l’inevitabile inchiodata nel bel
mezzo della strada, che costò quasi la vita ad entrambi.
Pieni di ardore giovanile –
galvanizzati da uno slancio di maturità basata praticamente sul nulla –
decisero di sposarsi e di crescere quella bambina che non aveva chiesto a
nessuno di venire al mondo.
Avevo bussato alla loro porta senza
invito ma promettevo ad entrambi un futuro radioso. Per questo mi chiamarono
Hope. Speranza.
Tuttavia, quando non termini gli studi
e non ti specializzi, devi fare i conti con la dura realtà dei sogni infranti e
della difficoltà nel trovare un lavoro decente che ti permetta di sbarcare il
lunario.
Così, il loro amore e l’affiatamento, a
poco a poco, furono soffocati dalla frustrazione, dal risentimento e da una
valanga di debiti.
Il risentimento esigeva una valvola di
sfogo. Le loro manifestazioni di affetto vennero perciò sostituite da liti
violente.
Mio padre affogò i suoi dispiaceri
nell’alcol e mia madre… anche.
Fu così che imparai quanto quei cliché
dall’involucro platinato non erano altro che zavorre di autentica sofferenza:
il primo amore del liceo, la bellezza mozzafiato, lo sportivo promettente.
Crebbi in un clima di terrore,
imparando a intuire il momento giusto per parlare, ma più spesso quando era meglio
tacere.
Soprattutto compresi come custodire i
miei segreti: i miei brillanti voti a scuola e la mia fantasia. Erano la mia
arma segreta. L’unico appiglio per sfuggire ad una realtà misera.
Se i miei genitori fossero stati
presenti nella mia vita, se non avessero usato la lente del rimpianto per
giudicarmi, se non avessero deciso di scaricare su di me tutta la frustrazione
per i loro fallimenti, avrebbero potuto scorgere il germoglio della mia
intelligenza. Ma si rifiutarono di farlo.
Sopravvissi trasformandomi in un’ombra
per non infastidirli fino all’età di sedici anni.
Finché avvenne quell’incidente che dai
miei incubi quotidiani mi catapultò direttamente all’inferno.
Rientrando a casa da scuola, trovai ad
accogliermi uno spettacolo terrificante.
L’odore di metallo impregnava l’aria. I
miei passi scricchiolavano sui frammenti di vetro. L’atmosfera era densa.
Non era mai piacevole ritornare a casa,
ma quella volta la sensazione che mi accolse fu diversa. Fredda. Irreparabile.
Definitiva.
Mio padre, rannicchiato in un angolo,
con le mani sporche di rosso e tremanti, piangeva disperato.
Con il fiato spezzato ripeteva tra i
singhiozzi: «Non sono stato io! Non l’ho fatto apposta! Era ubriaca! Ha
iniziato lei!».
Mia madre giaceva in una pozza di
sangue. Il cranio fracassato. Il tavolinetto in vetro ridotto in mille pezzi.
Era tutto troppo. Troppo sangue. Troppa
confusione. Troppe lacrime.
Compresi in un attimo. Dalla loro
ennesima lite mia madre non ne uscì viva.
Nonostante un profondo senso di
smarrimento e disperazione, mi feci forza. Attinsi a una presenza di spirito
che risultò insolita anche a me: chiamai la polizia. Sperai in cuor mio di
liberarmi definitivamente di tutto quell’astio, quel rancore e quel
menefreghismo che mi avevano tenuto compagnia durante quei lunghi e tetri
sedici anni.
Avevo sperato nella salvezza. Credevo
che mi sarei liberata anche di mio padre. Che pagasse per i suoi crimini.
Quelli che si vedevano e quelli nascosti.
Mi ero illusa che i miei nonni
tenessero a me. Che mi avrebbero salvata date le circostanze.
Ma non fu così.
«Signori Brown, vostra figlia, al
momento dell’incidente era ubriaca, i lividi ritrovati sul suo corpo possono
essere attribuiti alla caduta sul tavolino di vetro. Non abbiamo prove che si
tratti di omicidio. Sembra piuttosto un incidente domestico», riferì ai miei
nonni materni il commissario che si occupava del caso.
C’erano troppi ma e se per accusare mio
padre di omicidio e anche se si poteva intuire che ci fosse alla base un
episodio di violenza, dimostralo era praticamente impossibile.
I miei nonni paterni, grazie a un
ottimo avvocato, riuscirono a scagionare il figlio. Figlio del quale non
volevano sapere nulla, ma a cui non potevano permettere di infangare il nome
della famiglia finendo in galera.
Mio padre e io tornammo di nuovo alla
nostra squallida vita di solitudine, miseria, commiserazione e vizio.
All’inizio le cose procedettero bene
grazie all’aiuto economico dei miei nonni paterni. Tuttavia, la natura
indolente di mio padre trovò il modo di giustificare la sua fannullaggine
adducendo la scusa che la mancanza di una qualifica adeguata non gli permetteva
di trovare un lavoro stabile. Così, invece di approfittare del loro aiuto per
concludere qualcosa di positivo, iniziò a prosciugare le loro risorse tra alcol
e gioco d’azzardo.
Intanto io cercavo di sopravvivere
concentrandomi sui miei studi. Erano la mia unica fonte di soddisfazione e di
speranza. Avevo giurato a me stessa che appena maggiorenne me ne sarei andata
via da lì. Sarei diventata indipendente. Li avrei costretti a rimangiarsi le
loro ingiurie e le loro cattiverie grazie al mio talento e alla mia
determinazione.
Oltre a studiare, però, dovevo anche
occuparmi della casa. Incombenze svolte prima da mia madre.
La mia vita non era facile, ma io ero
Hope, e questo mi motivava ad andare avanti.
Ero cosciente delle mie risorse. Sapevo
di essere intelligente, capace e intraprendente. E – anche se nascosto sotto
abiti larghi di seconda o terza mano – perfino il mio aspetto cominciò a
fiorire.
Avevo ereditato il fisico atletico di
mio padre e quello sinuoso di mia madre. Gli occhi azzurri di lui e i capelli
castano chiarissimo, quasi oro di lei.
Il mio fisico asciutto – non per mia
volontà ovviamente, ma per mancanza di una corretta alimentazione – iniziò a
manifestare le forme dei miei fianchi e dei miei seni, delineando curve
difficili da ignorare. E a quel tempo non avevo idea di quanto quella
combinazione potesse essere pericolosa.
Mio padre, invece, lo sapeva eccome.
Senza la presenza di mia madre a
frenare il suo istinto perverso, costantemente ubriaco, quell’uomo vigliacco e
viscido, tradusse in azioni quei pensieri abominevoli che fino a quel momento
non aveva osato rivelare.
Una sera in cui era particolarmente
nervoso, tuonò: «Hai finito di sparecchiare e lavare i piatti?».
«Sì. Ho fatto tutto. Vado in camera mia
a finire di studiare», risposi immediatamente sia per rassicurarlo – in modo da
non diventare il capro espiatorio della sua frustrazione – sia per togliermi
subito di mezzo. Non sopportavo la sua presenza.
«Vai! Vai! Rinchiuditi in quella
stanza!» urlò.
«È insopportabile vivere qui dentro! È
una casa di fantasmi! Io vado fuori!» e se ne andò sbattendo la porta, come al
solito.
Mi sentii sollevata, perché sarei stata
liberata dalla sua presenza fastidiosa e irritante, ma dopo qualche minuto
sprofondai nell’angoscia perché, quando quella porta si sarebbe riaperta,
avrebbe fatto il suo ingresso un uomo ubriaco, violento e scontento.
Ma ciò che non immaginavo era che quella notte altri impulsi avrebbero preso il sopravvento su di lui.


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